Giovani Europeisti

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giovedì 3 luglio 2014

Intervista dei Giovani Europeisti a Vannino Chiti

Vannino Chiti: Presidente della regione Toscana dal 1992 al 2000, vicepresidente del Senato della Repubblica dal 2008 al 15 marzo 2013. Senatore e Presidente della XIV Commissione permanente Politiche dell’Unione europea.

1. La campagna elettorale per le elezioni europee si è aperta con la paura euroscettica, poi smentita dal risultato. Nonostante ciò i partiti anti-europa italiani hanno ottenuto più seggi rispetto al 2009 e l’astensionismo è aumentato di sette punti percentuali. Cosa, secondo Lei, ha reso l’esito italiano comunque una vittoria?

  La paura euroscettica è solo in parte smentita. È vero che hanno ottenuto meno consensi di quanto si temeva prima delle elezioni, ma sottovalutare il risultato di forze come il Fronte Nazionale di Marine Le Pen sarebbe un grave errore. Sono sintomo di un disagio profondo, di una sfiducia verso le istituzioni europee che dobbiamo affrontare. Naturalmente con ricette opposte rispetto a quelle proposte dagli euroscettici. Più Europa e un'Europa diversa, non meno Europa. Da soli, gli Stati europei, nel XXI secolo non vanno da nessuna parte. Altrettanto allarmante è il dato sull'astensionismo. Sono due modi diversi di manifestare distacco e disaffezione verso quel sogno europeo che dobbiamo risvegliare.
Il risultato delle elezioni europee in Italia è molto positivo perché ha visto la netta affermazione del Pd, un partito convintamente europeista ma che crede e si batte per un'Europa diversa da quella che si è realizzata in questi anni. Noi vogliamo contribuire a realizzare gli Stati Uniti d'Europa, una democrazia sovranazionale che operi per i diritti dei suoi cittadini, l'occupazione e lo sviluppo sostenibile.

2. Tra le tracce della prima prova della Maturità ne è uscita una sulle differenze tra l’Europa del 1914 e quella del 2014. Quali sono, secondo Lei, le differenze importanti ma che tendiamo a trascurare?

Il 1914 è una data che, come altre, evoca eventi tragici. In quell'anno iniziava la Prima Guerra Mondiale, proprio pochi giorni fa ricorreva il centenario. Due decenni dopo prendeva forma un altro conflitto mondiale provocato dalla follia ideologica nazi-fascista. In entrambe queste tragedie i paesi europei si sono fronteggiati gli uni contro gli altri provocando decine di milioni di vittime umane. Sono tragedie assolute delle quali a volte non ci rendiamo nemmeno conto. Altri conflitti in Europa si erano verificati nei secoli precedenti.
Da quando esiste l'Europa unita questi sono solo ricordi drammatici di cui è bene tenere memoria. Da più di 60 anni viviamo in pace, all'interno di una "casa comune"; da ormai molti anni persone, servizi e merci si spostano liberamente all'interno dell'Unione Europea. È bene non dare per scontato tutto ciò ma impegnarsi affinché questo patrimonio si rafforzi in futuro. Il 2014 dovrebbe impegnarci per realizzare entro i prossimi dieci anni gli Stati Uniti d'Europa.

3. Il primo libro che ha scritto è stato “Intervista sul federalismo”. Quanto sarebbe importante raggiungere una federazione Europea? Quanto siamo lontani dal farlo?

Come dicevo, l'unico approdo futuro a cui possiamo guardare sono gli Stati Uniti d'Europa. Nel XXI secolo nessuno dei singoli stati europei può essere protagonista da solo: nel 2030 nessuno degli attuali membri europei del G8 sarà più nel gruppo dei paesi più sviluppati nel mondo. Quel ruolo può averlo l'Unione Europea, a patto che diventi nel giro di qualche anno un soggetto in grado di esercitare una leadership nello scenario globale nel quale si muovono colossi vecchi e nuovi come Stati Uniti, Cina, Brasile, India.
La mia convinzione è che dobbiamo darci un arco di tempo di dieci anni per compiere i passi necessari: evoluzione delle famiglie politiche europee in veri, nuovi e inediti partiti; rafforzamento della scelta politica da parte del Parlamento del Presidente della Commissione, che quest'anno per la prima volta ha visto un coinvolgimento dei cittadini con le elezioni europee, e in futuro sua elezione diretta. In questo quadro la Commissione deve assumere il ruolo di governo nelle materie di competenza dell'Unione; il Parlamento compiere per intero il tragitto iniziato per svolgere una funzione di indirizzo e controllo; i vertici dei capi di Stato e di governo, il Consiglio Europeo, deve assumere una diversa veste istituzionale: quella di Senato dell'Unione, con poteri decisivi nelle scelte di bilancio e di nuove adesioni.

4. Il Consiglio dei Ministri ha un’età media di 47 anni e le figure di spicco sono sempre più giovani. Cosa pensa che stia cambiando?

Non solo dalla formazione di questo governo, ma già dalla compilazione delle liste del Partito Democratico per le elezioni politiche del 2013, si è rinnovata profondamente la rappresentanza, innanzi tutto del Pd. È un processo giusto e fisiologico: l'energia, le idee, l'entusiasmo dei giovani sono un patrimonio. Deve però avvenire con continuità, secondo criteri di gradualità e di merito. Si è abusato del termine "rottamazione". Lo trovo sgradevole e fuori luogo: si rottamano le macchine, non le persone. La conoscenza, la preparazione, l'autorevolezza, la serietà dell'impegno, non sono direttamente legate all'età e sarebbe saggio non disperdere il patrimonio acquisito e non identificare in un automatismo anagrafico virtù insindacabili.

5. Che consiglio dà ai giovani che vorrebbero diventare “politici per professione”?

L'impegno in politica non può essere una scelta "professionale" per la vita. Deve essere interpretato come un servizio per la collettività e può durare a lungo, in una varietà di incarichi e responsabilità, o rimanere una parentesi più breve nel corso della vita. Quello che sempre ci deve essere, in ognuno di noi in quanto cittadini, è la partecipazione, il dovere civico di interessarsi del bene comune per le nostre colettività.
Il mio consiglio allora è quello di non perdere di vista per un solo minuto l'essenza dell'impegno politico: serietà, sobrietà, rigore, responsabilità, cultura del confronto costruttivo. 

intervista a cura di:
Gabriele Bortolotti

martedì 1 luglio 2014

Investire nella Banca Europea degli Investimenti (BEI)


Investimenti - Il nuovo regime fiscale per le transazioni finanziarie è destinato a portare un certo scompiglio fra i risparmiatori. Ma una soluzione ragionevole per collocare i propri risparmi è la Banca europea degli investimenti, a cui il nuovo corso della politica europea promette di dare nei prossimi anni un ruolo centrale.


La rivoluzione fiscale che sta interessando in Italia gli investimenti finanziari farà perdere ai risparmiatori qualche notte di sonno, ma potrebbe anche essere l’occasione per scoprire un’opzione che fino ad oggi è rimasta quasi sempre nell’ombra: la Banca europea degli investimenti.

Domani le aliquote sui profitti finanziari passeranno dal 20% al 26%. È un salto non da poco. Non voglio entrare qui nel merito del provvedimento. In linea generale, sembra ragionevole che la pressione fiscale vada a gravare maggiormente su un settore che dà reddito in cambio di nulla. Sembra altrettanto ragionevole che l’aumento non riguardi i titoli pubblici: un flusso addizionale di risparmio sarà così convogliato nelle mani della Stato, cioè della collettività. Se sono grandi riforme quelle che vogliamo, le riforme costano.

Ho parlato della BEI perché l’esenzione non riguarda soltanto i titoli di Stato italiani ma anche quelli “equiparati”, e tra questi le obbligazioni sovranazionali europee come, appunto, quelle emesse dalla BEI, per le quali l’aliquota resterà ferma al 12,5%. Che cos’è la BEI? È un’istituzione finanziaria dell’UE preposta agli investimenti per lo sviluppo nelle regioni più deboli, principalmente in Europa ma anche nel resto del mondo. Un ente virtuoso, quindi, che cerca di portare un po’ di acqua agli assetati. Il suo capitale è fornito (e i suoi prestiti sono garantiti) dai 28 Paesi dell’Unione. Fino ad oggi la sua attività è stata relativamente modesta, con circa 60 miliardi di impieghi a fronte di un capitale sottoscritto di 233 miliardi euro, di cui solo una piccola parte è stata finora versata. Ma pare che le cose stiano evolvendo.



La BEI è il tipo di opzione che gli investitori in cerca di guadagni facili sono soliti snobbare. Essendo un soggetto solido per definizione è più o meno sullo stesso piano dei titoli di Stato tedeschi, con i quali condivide una tripla AAA inossidabile. Promette sicurezza, prezzi alti e rendimenti bassi; dunque, poche emozioni. È interessante a questo riguardo notare che la fiducia degli investitori nei confronti dell’UE non ha fatto una piega neppure nei momenti di massima fibrillazione dei mercati, quando all’orizzonte degli eventi economici si profilavano possibilità prima inconcepibili come il fallimento della Grecia o della stessa Italia. Se ne può trarre, volendo, una preziosa lezione politica. Ma non è questo lo spazio per farlo.

Non a caso i titoli BEI hanno conosciuto un momento di gloria fra il 2011 e il 2012, quando una quantità di investitori in cerca di approdi sicuri corse a rifugiarsi sotto le loro ali. Nei giorni in cui i Bunden sfondavano la soglia del rendimento negativo e la gente pagava per prestare soldi al Tesoro tedesco anche le obbligazioni BEI brillavano di una luce ferma e rassicurante. Chi nel dicembre 2011 ne avesse comprata una al 5,5% di interesse e con scadenza al 2018 avrebbe incamerato, pur scontando una minusvalenza pesante all’acquisto, una plusvalenza del 6% in meno di un anno, con l’opportunità di conseguire nel novembre del 2012 un profitto non disprezzabile senza correre – nota bene – il minimo rischio. E questo è qualcosa che nel mondo del trading si dà piuttosto raramente.

Ma a parte i momenti di panico, anche i risparmiatori più prudenti tendono in genere a trascurare la BEI, oscillando a seconda del momento fra prodotti sicuri ma un po’ più redditizi, come i titoli del debito italiano, e obbligazioni-cassaforte come i Bunden. In realtà la BEI viene spesso trascurata perché è poco conosciuta. Il risparmiatore non sa neppure che esiste e il consulente non la prende in considerazione e non la consiglia.

Tuttavia, come accennavo, il ruolo della BEI si appresta a diventare molto meno dimesso. Il vento della politica economica in Europa sta cambiando. L’idea di una spesa pubblica europea a sostegno della crescita non è più un tabù e l’opinione pubblica comincia ad accorgersi che gli addetti ai lavori usano sempre più spesso una parola fino ad oggi trascurata: la parola “piano”.

Nella misura in cui appare chiaro che le spompate finanze pubbliche dei suoi Stati membri sono incapaci di invertire il ciclo negativo dell’economia europea, è inevitabile che l’Unione europea si orienti verso un grande programma di investimenti pubblici nei settori strategici dell’economia. Il potenziale c’è tutto (ad esempio, l’UE ha molto meno debito degli USA e ha quindi ampio margine per indebitarsi e investire), si tratta solo di realizzarlo con un briciolo di iniziativa e lungimiranza. Per inciso, chi volesse contribuire ad accelerare il processo può firmare l’Iniziativa dei cittadini europei per un Piano europeo straordinario di sviluppo avviata nel marzo di quest’anno. L’iniziativa si chiama New Deal 4 Europe e il suo sito permette di firmare on line.

Dunque in Europa si comincia a parlare di investimenti pubblici, e sia il documento portato all’ultimo Consiglio europeo dal presidente Van Rompuy sia quello presentato dal governo italiano fanno un esplicito riferimento alla BEI come potenziale volano degli investimenti comunitari per i prossimi anni. Non deve stupire, dato che la BEI è l’unico organo dell’UE concepito allo scopo. Se davvero si vuole mettere in campo una strategia di investimenti per rimettere in moto l’economia europea la BEI è il primo e più ovvio strumento a cui si deve pensare. Basta potenziarne la capacità di intervento. Il suo capitale è stato aumentato nel 2012 e sono previste ulteriori capitalizzazioni. Sicché, sembra che le circostanze stiano candidando la BEI a diventare la protagonista dello sviluppo sul continente.

Questo cambiamento di tendenza sembra avere già cominciato a riflettersi sull’andamento dei suoi titoli, che da qualche mese stanno tornando ad apprezzarsi con una risolutezza che ricorda da vicino i convulsi mesi del 2012. In questo caso la tendenza avrebbe natura diversa. Allora la BEI aveva una funzione ansiolitica; oggi, più semplicemente, sta acquistando uno smalto inedito che deriva dal nuovo corso della politica europea. Se prendiamo a esempio il BEI al 3% con scadenza al 2022, il grafico del suo andamento negli ultimi 6 mesi è abbastanza eloquente:


Grafico BEI22


Dal momento che la tempesta finanziaria del 2012 è stata placata dall’intervento della BCE e non ci sono default pubblici in vista, la ragione di questo apprezzamento non dev’essere cercata nel panico di una massa critica di risparmiatori. Se la nostra analisi non pecca di eccessivo ottimismo la BEI sta diventando sempre più interessante per gli investitori che cercano impieghi solidi e remunerativi nel medio e lungo periodo. Il che del resto non esclude soddisfazioni nel breve, se la tendenza dovesse consolidarsi. 

Si tratta di una scommessa, com'è naturale, ma il senso c'è. La BEI offre già condizioni interessanti sotto diversi punti di vista. Chi presta soldi alla BEI mette i propri risparmi al sicuro, si associa a una realtà in (prevedibile) crescita, aiuta l’Europa a superare il pantano della crisi, si sottrae all’aumento della tassazione e, con un pizzico di fortuna, può ritrovarsi in mano un apprezzamento di svariati punti percentuali in un arco ridotto di tempo. Solido, promettente, virtuoso e redditizio: non si può chiedere molto di più a un investimento, a patto di non essere della specie dei lupi di Wall Street. 

di Michele Ballerin 


sabato 28 giugno 2014

Intervista a Jacopo di Cocco


Venerdì 6 giugno, in occasione della cerimonia di inaugurazione della rotatoria Spinelli a Imola, abbiamo avuto l'onore e l'opportunità di intervistare e di confrontarci con Jacopo Di Cocco (Vicepresidente della Scuola di Economia, Management e Statistica — Università di Bologna - Grande Federalista - Amico di Altiero Spinelli).

Lei ha parlato di “capire l’altro”, lei pensa che questo insegnamento di Altiero Spinelli si possa applicare anche alle forze antieuropa che contraddicono completamente il messaggio europeo?

Capire l’altro non significa dargli ragione, ma capire perché, per esempio, questi trovano consensi. Sono dei nazionalisti e quindi ritengono che la patria e la sovranità siano essenziali, non sono elementi ritenuti da loro condivisibili. Un esempio attuale è Marine Le Pen. Altri sono opposizioni di chi crede di poter tutelare meglio i propri interessi attraverso la chiusura. Bisogna riuscire a ottenere un confronto da una parte, ma dall’altra capire dove la politica europea ha sbagliato, perché non è infallibile.
  Altiero Spinelli, che era laico (non era neanche battezzato), durante il suo periodo di confino e di prigionia si era letto spesso le Sacre Scritture, in particolare San Paolo. Una volta, a un congresso del Movimento Federalista, lo definì un rivoluzionario. Ci ha dato per primo l’insegnamento del parlare in modo che l’altro capisca. Bisogna fare come disse un pensatore ancora più antico di San Paolo, “parlare greco con i greci e aramaico con gli ebrei”. Usare correttamente il linguaggio ha una grandissima importanza. Adesso molti statisti pensano di risolvere i problemi attraverso la libera sovranità, ma facendo questo perdono la loro autorità.
  Quando Gesù dice “amate i vostri nemici e pregate per loro” vuol dire capire quello che gli altri vogliono e offrire loro una soluzione. Questo è stato il grosso risultato del Manifesto di Ventotene e del secondo dopoguerra. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la volontà di punire la Germania ha portato a un colpo durissimo alla Repubblica di Weimar, producendo un risultato negativo, l’ascesa di Hitler. L’Italia liberata, che aveva i tedeschi come nemici, cercavano una soluzione dove anche i tedeschi potessero avere uno spazio, e oggi la Germania di spazio ne ha molto. Ora anche i tedeschi devono capire che tutti hanno diritto ad avere uno spazio. Non ci si può chiudere perché il resto del mondo è in crescita.
  Spinelli fondò l’Istituto degli affari internzionali, che è ancora attivo, che ha partecipato a un convegno che si è svolto nei giorni scorsi in Sud Africa, sui problemi a livello globale. Una delle richieste che è emersa è quella di stabilire regole di collaborazione mondiale, perché il mondo è anarchico. Le istituzioni che sono presenti non hanno poteri. Quando si radunano i G8, G7, G20, è un salotto. Si riuniscono, il giorno dopo rientrano in patria, senza nessun vincolo. Bisogna trovare forme d’integrazione anche a livello globale.

I Giovani Europeisti, sono un gruppo studentesco che si impegna a parlare d’Europa, evitando che questa resti  solo un tema da campagna elettorale. Quanto è importante l’intervento dei giovani? Perché dovremmo mobilitarci? Cosa ci offre l’Europa?

È chiaro che il futuro è in mano ai giovani, anche per semplici ragioni biologiche. Però è importante che i giovani capiscano i motivi dell’integrazione, della collaborazione europea. Per far questo i giovani devono imparare a usare strumenti che in passato non c’erano, ma che rendono le cose indubbiamente più semplici. Internet è uno strumento potentissimo, ma il rischio è di credere che qualsiasi cosa ci sia dentro sia vera. Ci vuole intelligenza e spirito di critica e di selezione. Non è facile, sono necessari tempo e educazione. Quando è nata la stampa è si è rafforzato il problema dell’analisi filologica, e ci abbiamo messo un po’ a renderci conto della differenza delle false donazioni di Costantino da testi autentici. In internet è estremamente facile pubblicare, condividere e accedere. Questo oltre che una rivoluzione è anche, come ho già detto, un rischio, che ereditano proprio i giovani. L’obiettivo dei Giovani Europeisti è proprio quello di capire le ragioni dell’integrazione europea, di spiegarla e di confrontarsi con tutti. Bisogna accedere alle notizie, bisogna informarsi, osservare, studiare la teoria e capire cosa significa applicarla. Questo è un processo essenziale per la formazione dei giovani. I vecchi possono essere saggi. A volte non riescono più neanche a dare cattivi esempi…
  Io la prossima settimana sarò in Lussemburgo dove si parlerà appunto anche di questi punti interrogativi e altri. Per esempio è sorto un dibattito acceso sul nuovo sistema di contabilità nazionale, che prevede anche l’inclusione dell’economia criminale. Qualcuno, tra cui l’Economist, l’ha vista come una furbizia italiana. Non sono assolutamente vere queste accuse, perché il Sistema di Contabilità Nazionale è deciso su scala mondiale, questa regola era già stata applicata nel 1995, anche se poi non applicata. Ora abbiamo un nuovo sistema, approvato nel 2010 ma in vigore dall’anno scorso, che prevede proprio di comprendere l’economia criminale. Perché? Prevede contrabbando, prostituzione, lo spaccio di droga (non ciò che non è stabilito dalle parti, tipo rapine). È previsto perché in alcuni paesi, alcuni atti per noi criminosi sono leciti, poi per avere corrispondenze tra entrate e le uscite. Ma le vere novità sono quelle tipo la considerazione della ricerca come un investimento. L’educazione, dobbiamo considerarla come consumo o come investimento? L’economia sommersa, l’ISTAT la stima già.
  I giovani devono compiere uno sforzo per capire questa realtà. Trovare, inoltre, con tutti i giovani d’Europa, interessi comuni. Questo è quello che spero avvenga.

Intervista a cura di:
Gabriele Bortolotti 
con l'aiuto di :
Sarah Bianconcini
Lorenzo Tortorici

giovedì 26 giugno 2014

Intervista al Sindaco di Imola, Daniele Manca




1)  Il 6 giugno scorso ha dedicato la rotonda, che è anche porta d’accesso alla città, ad Altiero Spinelli. Che messaggio vuole dare a chi arriva a Imola? 

Un messaggio di apertura e di accoglienza. Siamo una terra che ha sempre privilegiato le relazioni, la nostra stessa posizione geografica, tra l’Emilia e la Romagna, è l’antidoto naturale alla chiusura e all’autoreferenzialità. Abbiamo naturalmente rapporti stretti con il nostro capoluogo, Bologna, ma anche con le province romagnole, cui ci legano affinità culturali e appartenenze storiche (la Diocesi di Imola è equamente divisa, ad esempio, tra le province di Bologna e Ravenna). Le nostre imprese più importanti esportano merci e tecnologie in tutto il mondo e intrattengono solide relazioni internazionali. Siamo una città europea e abbiamo voluto esprimerlo anche con questo gesto carico di significato, rendendo omaggio a una personalità che, con coraggio e lungimiranza, ha creduto in un’Europa libera e democratica perfino quando la Seconda Guerra Mondiale era in pieno svolgimento.



2)   Ha parlato di Imola come una città europea, da cosa dipende, oltre al fattore territoriale, l’appartenenza di una città all’Europa?

Imola si ritiene una città europea non solo per ragioni territoriali e geografiche, ma perché ha scelto di esserlo e ogni giorno lavora per esserlo. Innanzitutto condividiamo i valori che sono alla base dell’Unione europea: tra i fattori identitari della nostra comunità ci sono la cooperazione, l’integrazione, la solidarietà, l’idea di uno sviluppo sostenibile che guarda alla competitività ma vuole anche garantire a tutti (e non a pochi eletti) un’alta qualità della vita. Il nostro sistema di servizi alla persona (servizi per gli anziani, per l’infanzia, per le famiglie) è in linea con gli standard europei, il livello di occupazione femminile (pur nelle difficoltà degli ultimi anni) anche, non ci sono periferie perché si è sempre lavorato per l’inclusione sociale, a cominciare dall’integrazione scolastica degli studenti stranieri.

3)   La campagna elettorale per le elezioni europee si è aperta con la paura euroscettica, poi smentita dal risultato. Nonostante ciò i partiti anti-europa italiani hanno ottenuto più seggi rispetto al 2009 e l’astensionismo è aumentato di sette punti percentuali. Cosa, secondo Lei, ha reso l’esito italiano comunque una vittoria? 

Alle urne gli italiani hanno dimostrato di credere in un progetto di futuro, hanno privilegiato la speranza al disfattismo di chi gioca sulla paura per buttare tutto all’aria, senza costruire niente. Queste sono basi fondamentali per ripartire, per uscire da un periodo di crisi, ma anche di cambiamenti radicali, che producono opportunità da sfruttare per creare sviluppo e nuova occupazione. Con queste premesse, posso affermare che la vittoria non è stata di una parte, ma dell’Italia intera.

4)  Ha firmato l’appello del Movimento Federalista Europeo, e ha invitato altri sindaci a farlo. Perché, secondo lei, il Federalismo europeo rappresenterebbe una svolta e perché dovrebbe partire proprio dalle città?

Non è un caso che in prima fila a tenere aperto il dibattito sul federalismo, in questi anni, siano stati i Comuni e le loro associazioni di rappresentanza, a cominciare dall’Anci. E’ il momento di rimettere al centro le comunità e le buone pratiche che le esperienze amministrative più avanzate del nostro paese mettono quotidianamente in campo, la loro capacità innovativa nel cercare soluzioni che diano risposte ai cittadini, all’insegna dell’efficienza, dell’efficacia e del contenimento di risorse. E’ una ricetta valida per tutti, anche per la nuova Europa che vogliamo contribuire a costruire.


 5)  La sua carriera politica è iniziata prestissimo, all’età di 21 anni, eletto a consigliere comunale a Dozza. Che consigli dà ai giovani che, come lei, amano la politica e vorrebbero seguire le sue orme?

Il consiglio è quello di studiare, di prepararsi, di non avere paura della gavetta. La passione è importante, ma poi servono conoscenze e competenze, soprattutto se dall’impegno politico nascono anche opportunità all’interno delle istituzioni. Occorre inoltre saper ascoltare e avere sempre un atteggiamento di umiltà, per essere in grado di imparare sempre, anche dai propri errori.

Intervista a cura di:
Gabriele Bortolotti 
con l'aiuto di:
Sarah Bianconcini
Lorenzo Tortorici

domenica 22 giugno 2014

Intervista al Segretario Nazionale del Movimento Federalista Europeo, Franco Spoltore


1) Nessuno meglio del Segretario Nazionale del Movimento Federalista Europeo può spiegare in cosa esso consista. Quali sono i suoi obiettivi e quali i suoi principi chiave?

  Il MFE ha statutariamente come scopo la lotta per la creazione della federazione europea, e più precisamente per un suo primo nucleo aperto a tutti gli Stati che non abbiano partecipato alla sua costituzione. Per perseguire questo obiettivo il MFE agisce nel quadro dell’Unione Europea dei Federalisti (UEF), di cui costituisce la sezione italiana. Mentre per perseguire l'obiettivo della federazione mondiale, che costituisce l'obiettivo ultimo dei federalisti, in quello del Movimento Federalista Mondiale (WFM). Il MFE rifiuta come metodo di lotta politica la violenza, in quanto il suo valore di riferimento è la pace; e non partecipa alle elezioni a nessun livello, in quanto il suo scopo non è quello di entrare in competizione con le altre forze politiche democratiche, bensì quello di promuovere la formazione del più ampio schieramento e consenso possibili per superare la sovranità nazionale nei campi cruciali da cui dipende il futuro degli europei.

2) Il MFE fu fondato da Altiero Spinelli negli anni 40’, avendo tra gli scopi principali quello di combattere il Fascismo. Quali sono le differenze tra il MFE attuale e quello originario? Quali le analogie?

  Quando il MFE fu fondato a Milano nell'agosto del 1943, l'urgenza del momento, almeno per chi voleva rifondare su basi democratiche la vita degli Stati, era costituita dalla sconfitta del nazifascismo. Questa era allora la condizione indispensabile per potersi ancora battere per i valori democratici, socialisti e liberali. Altiero Spinelli aveva però intuito durante il confino nell’isola di Ventotene che in Europa, una volta vinta la guerra contro il nazifascismo, la lotta politica e la vita degli Stati non si sarebbero più potute sviluppare secondo i vecchi schemi: la guerra aveva infatti messo implacabilmente in evidenza la debolezza e l’inadeguatezza economica, industriale, militare dei vecchi Stati nazionali europei rispetto ai nuovi soggetti statuali di dimensioni continentali come gli USA e l’URSS che erano entrati in scena. Non a caso è proprio sull’intuizione spinelliana sintetizzata nella famosa frase del Manifesto di Ventotene sulla “linea di divisione” che si fondò e si fonda tuttora la specificità del MFE: La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono ancora come fine essenziale della lotta la conquista del potere politico nazionale e quelli che vedranno finalmente come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno prima di tutto come strumento per realizzare l’unità internazionale” (Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, Manifesto di Ventotene, 1941). Per questo battersi per la federazione europea fu e resta, ad oltre settant’anni dalla sua fondazione, l’obiettivo prioritario del MFE. Un obiettivo che è stato ed è perseguito in funzione dell’evoluzione del quadro storico e dell’evoluzione del processo d’integrazione europea. Perché una volta svanita la possibilità – o meglio, una volta persa la battaglia per fare lo Stato federale a partire dalla Comunità europea e di difesa nel 1954 – fu subito evidente, in particolare a Mario Albertini che guidò il MFE dopo Spinelli a partire dagli anni sessanta, che occorreva da un lato forgiare un Movimento capace di stare sul campo a lungo, contando innanzitutto sulle proprie forze e sulla propria autonomia politica, culturale e finanziaria (cosa che il MFE degli anni cinquanta, con molte decine di migliaia di iscritti, ma poco autonomo, non era in grado di fare); e , dall’altro lato, sviluppare una strategia d’azione capace di volta in volta di sfruttare i momenti di crisi, che inevitabilmente si sarebbero presentati in un Europa che aveva perso la propria autonomia politico-militare e che aveva imboccato la strada di un’integrazione sempre più stretta in campo economico e commerciale senza disporre – per mancanza di volontà politica - delle istituzioni e degli strumenti indispensabili per governarla democraticamente su scala sovranazionale. Ecco, se dopo essere stato fondato il MFE vive ancora ed ha un ruolo, ciò dipende dal fatto che almeno tre generazioni di federalisti hanno mantenuto sul campo e tradotto in azioni e comportamenti concreti lo spirito spinelliano del Manifesto di Ventotene e l’intuizione strategico-organizzativa, oltre all’apporto culturale, di Albertini. Oggi i federalisti europei, in Italia ed in Europa, stanno cercando, con i mezzi a loro disposizione, di sfruttare la terza grande occasione di realizzare la federazione europea – dopo la CED negli anni cinquanta ed il tentativo costituente di Altiero Spinelli nel primo parlamento europeo eletto agli inizi degli anni ottanta. Lo stanno facendo e continueranno a farlo attraverso la Campagna per la federazione europea, I cui punti essenziali sono riassunti nell’appello/cartolina indirizzato ai Presidenti della Repubblica e del Consiglio, su cui si è sviluppata un’azione in una sessantina di città e da cui hanno preso spunto le iniziative federaliste durante la Campagna elettorale europea, che hanno raggiunto centinaia di candidate e tutti i partiti pro-europei. Ecco cosa rivendica oggi il MFE:
 “Con l'obiettivo di instaurare il governo dell'eurozona entro il 2015, i cittadini chiedono:
  •       l'istituzione di un bilancio autonomo dell'Eurozona finanziato con risorse proprie – come la tassa sulle transazioni finanziarie, la carbon tax, e l'emissione di euro-obbligazioni –, votato e controllato dai parlamentari europei dell'Eurozona;
  •       la firma di un "patto pre-costituzionale" da parte dei paesi dell'Eurozona e aperto ai paesi che vi vorranno aderire, che contenga l'impegno di realizzare un governo democratico e federale della moneta, della fiscalità e dell'economia dell'unione economica e monetaria;
  •       la convocazione di una Conferenza composta da parlamentari europei e nazionali, per avviare la discussione sulla riforma delle istituzioni europee;
  •       la convocazione, dopo le elezioni europee, di una Convenzione costituente europea con il mandato di elaborare una costituzione federale e di stabilire le norme per regolare le relazioni tra i paesi dell'Eurozona e il resto dell'Unione Europea”.

Ovviamente siamo ben consapevoli che questa azione non basta e non basterà. Come pure siamo consapevoli che la maggior parte dei governi dell’eurozona non è ancora favorevole ad imboccare la strada verso l’unione federale. Ma il fatto decisivo è che c’è uno spazio per agire. Del resto Schuman e Adenauer, nel 1951, ritenevano impensabile associare la formazione dell’esercito europeo alla costruzione di una Comunità politica, ma poi finirono con l’accettare perché De Gasperi, pressato da Spinelli e dal MFE, seppe insistere. Come è vero che venne dall’Italia (e dal MFE) l’impulso a fare eleggere direttamente il Parlamento europeo. E che una operazione analoga da parte del governo italiano ebbe successo ai tempi della creazione della moneta unica, mentre gli altri governi volevano limitarsi ad instaurare una moneta parallela.


3) Le recenti elezioni europee hanno confermato l'ondata di un fronte nazionalista anti-europeo, ampio e non trascurabile. Può, questo, essere considerato un passo indietro nei confronti di un’Europa Federale? In che modo la proposta Federalista può ottenere consenso e successo, in un’Europa che sembra tendere in una direzione completamente opposta?
 
  Le elezioni europee hanno confermato in diversi paesi la crescita dei movimenti antieuropei e filo-nazionalisti, l'esistenza in Francia di uno zoccolo duro sovranista, ed in Gran Bretagna di un movimento antieuropeo ormai maggioritario in quel paese. Ma le forze che dicono di volere l'Europa restano ancora ampiamente maggioritarie nel Parlamento europeo, nelle opinioni pubbliche e nei governi dei principali paesi dell'eurozona, anche in Francia, come in Germania, in Italia e in Grecia. Il problema è che queste forze, per essere credibili, devono ormai dire come ed entro quando vogliono fare l’Europa, risolvendo una volta per tutte la contraddizione di aver creato una moneta senza l'indispensabile unione politica. Perché o questa legislatura europea crea le istituzioni necessarie per governare l’euro e per promuovere le necessarie politiche economiche per lo sviluppo e l’occupazione; oppure le spinte alla disgregazione dell’Unione diventeranno irresistibili ed incontrollabili. Del resto, al punto in cui siamo è evidente che: 
  •   Non sono possibili passi avanti senza una riforma istituzionale, ricorrendo anche ad un nuovo Trattato ad hoc;
  •  Occorre un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini in una nuova fase costituente europea, attraverso la convocazione di una convenzione (anche se resta aperta la questione su come e sulla base di quale mandato convocarla);
  •   Il confronto in corso tra i governi e le istituzioni europee sulla forma ed il contenuto che dovrà assumere la Partnership per le riforme, la crescita e la competitività rappresenta il primo banco di prova della volontà di imprimere un nuovo corso economico a livello dell’eurozona, coniugando riforme nazionali con incentivi europei.


4) Può la proposta Federalista aiutare concretamente l’Italia e i paesi Mediterranei a far fronte al problema dell’immigrazione? Se sì, in che modo?
  Partirei da due considerazioni. La prima riguarda il guazzabuglio normativo ed istituzionale che gli europei sono riusciti a creare. Abbiamo affermato il diritto alla libera circolazione in Europa, ma la tutela e la regolamentazione di questo diritto è tuttora largamente nelle mani delle legislazioni nazionali, con tutto quello che ciò implica in termini di contraddizioni giuridiche – basti pensare al fatto che la cittadinanza europea è tuttora una cittadinanza derivata da quella nazionale; tensioni fra e negli Stati, e strumentalizzazioni da parte di vecchi e nuovi demagoghi e nazionalisti. D’altra parte l’affermazione di questo diritto era stata concepita in un quadro in cui l’Europa occidentale era ancora un regione relativamente chiusa dalla cortina di ferro ad Est, e da una corona di Stati che godevano ancora di un largo consenso da parte delle loro popolazioni ed erano in grado di garantire un minimo di sicurezza a Sud. Condizioni queste che non ci sono più, anche a causa dell’assenza di una politica europea di cooperazione e di promozione dell’integrazione in quelle aree. La seconda considerazione riguarda il fatto che il problema delle migrazioni – più che quello dell’immigrazione in questo o quel paese –, è collegato sia al fenomeno della globalizzazione, che crea incessantemente nuovi canali di comunicazione ed interscambio tra le società, le economie le culture a livello internazionale; sia al permanere di forti squilibri economici fra diverse regioni del mondo; sia al diffondersi di focolai di guerra e allo sfaldamento di alcuni Stati in Africa ed in Medio Oriente, con tutto quello che ne consegue in termini di sconvolgimento delle condizioni di vita delle popolazioni che vivono in quei territori. Siamo quindi di fronte ad un problema che non può essere affrontato né con gli strumenti ed i mezzi a disposizione dei vecchi Stati nazionali europei, né senza una politica estera, economica, energetica, commerciale ecc davvero europea. Realizzare la federazione europea significa lavorare per superare queste contraddizioni. Altrimenti si resta nel campo della cooperazione volontaria tra Stati anche per quanto riguarda la questione dell’immigrazione.

5) Perché i giovani dovrebbero perseguire un’Europa Federale? Quali sono i vantaggi  che trarrebbero?


  I giovani d’oggi sanno di essere la prima generazione da oltre mezzo secolo che corre il rischio di vivere un futuro, in termini di prospettive economiche, di giustizia sociale, di opportunità lavorative ecc, peggiore rispetto a quello dei propri genitori. C’è qualcuno che pensa che si possa uscire da questa situazione con soluzioni pre-euro, pre-Unione Europea o addirittura pre-integrazione europea? Se sì, questo qualcuno dovrebbe spiegare quali vantaggi ne avremmo a perseguire politiche inflazionistiche, di svalutazione competitiva tra monete nazionali, e alla fine di riarmo e di chiusura delle frontiere – perché una volta che si abbandona la strada dell’integrazione e la prospettiva dell’unione, non ci si può certo illudere di mantenere un clima di fiducia fra popoli e Stati europei. La maggioranza degli europei, per come sono andate le elezioni europee, crede ancora nella necessità di approfondire l’unione, non di perseguire la disgregazione. Bisogna allora avere il coraggio di andare avanti, di fare l’unione federale a partire dall’eurozona affrontando e risolvendo i problemi emersi dalla crisi economica e finanziaria. Ma bisogna farlo in fretta, trasformando questa legislatura europea in una legislatura costituente. È su questo terreno che i giovani possono svolgere un ruolo importante, contribuendo ad aprire una nuova fase nella storia dell’unità europea, sgombrando il campo da atteggiamenti ipocriti, retorici e demagogici a livello nazionale ed europeo.


Intervista a cura di: 
Gabriele Bortolotti